Echi dagli Stati Generali della Green Economy

Ieri sera si è conclusa l’ultima sessione della nona edizione, tutta in digitale, degli Stati Generali della Green Economy, svoltasi il 3 e 4 novembre, durante la Fiera di Rimini di Italian Exhibition Group, nell’ambito di Ecomondo. Gli Stati Generali della Green Economy  sono un processo di elaborazione strategica, aperta e partecipata che vede il coinvolgimento dei principali attori della green economy italiana:

  • Consiglio Nazionale della Green Economy, formato da più di 60 organizzazioni e gruppi di lavoro di imprese;
  • Ministero dell’Ambiente;
  • Ministero dello Sviluppo Economico;
  • Commissione europea;
  • Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

Un incontro-confronto, fra realtà private, associazioni e istituzioni pubbliche di grande respiro nazionale e internazionale, che porta sul tavolo della discussione i problemi più stringenti di questa epoca o, meglio, di questa generazione: la preservazione dell’ambiente e del clima, attraverso una rapida ed efficacie trasformazione economica Green e Circolare. Un grande tema che si innesta in un’occasione storico-politica particolare, ovvero, il finanziamento di ingenti fondi stanziati dall’UE, per il cosiddetto rilancio a fronte della crisi pandemia Covid 19, “New Generation Fund”.

Molti relatori sono stati concordi su un punto fondamentale: la crisi climatica è più pericolosa della pandemia in corso. Per questo esiste la necessità stringente (in termini di tempo e di scelte) di mettere in piedi misure concrete verso una transizione economica che riescano ad allinearsi alle direttive del Green Deal europeo, che hanno tra gli obiettivi la completa neutralizzazione delle emissioni CO2 entro il 2050, tramite uno sviluppo economico orientato alla totale de-carbonizzazione e che non lasci indietro nessuno.

Durante le due giornate, si sono susseguiti punti di vista interessanti che hanno illustrato, non solo le urgenze e le opportunità implicate dal ri-chiamo europeo al cambiamento, ma anche alcune criticità per quanto riguarda il nostro sistema Paese che deve coordinare i progetti nazionali verso la svolta sostenibile.

La preoccupazione più rilevante è volta alle strategie di allocazione dei fondi che, come Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, e molti altri ci ricordano, non sono state delineate e chiarite. Questa, inoltre, è stata seguita da altre valutazioni critiche, poste dai portavoce delle imprese, sulla disomogeneità delle amministrazioni pubbliche, fra dimensione nazionale e quella locale che, insieme a una pesante burocrazia e inefficienze di governo, portano a rallentamenti e blocchi continui sulle realizzazioni di impianti energetici rinnovabili e di progetti virtuosi.

Queste difficoltà sono ulteriormente aggravate per le piccole e medie imprese soprattutto del sud Italia, incapaci di sostenere, come ci segnala Michaela Castelli, presidente di Utilitalia, sforzi e spese specifici per combattere contro dedali burocratici e sistemi amministrativi arretrati che dettano tempi autorizzativi impossibili, rendendo i finanziamenti pubblici ed europei inaccessibili, o meglio, accessibili solo a pochi.

La paura è quella di ricommettere gli stessi errori del passato: l’Italia si è posizionata in fondo alla classifica dei Paesi Europei (sopra solo alla Spagna) per la spesa dei fondi stanziati dall’UE per la crescita e l’occupazione e la cooperazione territoriale europea. Il nostro Paese, infatti, tra il 2014 e il 2020, non è riuscito a presentare progetti, sui diversi ambiti di sviluppo, che potessero beneficiare della quota dei finanziamenti previsti per l’Italia, a causa di suddetti impedimenti amministrativi e burocratici, che danneggiano tutti i settori economici e sociali. Sono errori che non ci possiamo più permettere, ancor di più considerando le forze che i cittadini hanno già messo in campo e che vogliono incrementare con responsabilità.

Da qui l’appello di più di 100 imprenditori italiani che, sotto la guida di Edo Ronchi Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, chiedono alle istituzioni europee e italiane:

  • il passaggio dal 37% (finora previsti) ad almeno il 50% della quota de fondi europei per la transizione economica e la de-carbonizzazione;
  • criteri per la valutazioni dei progetti sostenibili più chiari e la necessità di fare approvare al più presto una tassonomia precisa, che distingua gli investimenti green, per guidare i finanziamenti sia pubblici che privati;
  • Una lista di investimenti da escludere perché incoerenti e in contrasto con le nuove direttive sostenibili.

Queste sono delle voci che ricordano e invitano tutti noi a vigilare in modo attivo e proattivo per rivendicare, come nostri, gli obiettivi per la salvaguardia del futuro, ma anche del presente, del mondo. Una vera trasformazione economica è l’unica possibilità che ci permette, non solo di essere green, ma di pensare e creare nuovi posti di lavoro, prima che qualificati, qualificanti.

Di Florio Raffaella


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